I nostri pensieri divengono il nostro mondo. Noi diventiamo ciò che pensiamo. Questo è l'eterno mistero. (Maitri Upanisad)

lunedì 10 settembre 2012

Ahimsa e alimentazione








“Di fronte a colui che è fermamente stabilito nell’ahimsa, spontaneamente tutti abbandonano l’ostilità e la violenza”. Yoga Sutra, II, 35

«La natura desiderabile di questa siddhi è evidente. Ovunque uno yogi perfetto nell’ahimsa si trovi, non può sorgere nessuna ostilità, e se è già presente in qualche forma, alla comparsa dello yogi cesserà spontaneamente. La perfezione nell’ahimsa è la realizzazione vivente della preghiera di San Francesco, ed è veramente uno strumento di pace divina. […] Molte volte è stato osservato che in presenza di saggi perfetti, gli animali selvatici diventano docili, anche amichevoli, non solo verso gli esseri umani ma anche verso i loro nemici abituali e le prede. “In presenza di colui che segue l’ahimsa, anche nemici naturali come il serpente e la mangusta rinunciarno al loro antagonismo”, dice Shankara. Molti esseri umani dall’indole violenta sono diventati pacifici e gentili dopo il contatto con un santo che fosse perfettamente realizzato nell’ahimsa».

da Swami Nirmalananda Giri, Commento agli Yoga Sutra di Patanjali

«La dieta vegetariana trova le sue antiche radici nel concetto di ahimsā, ovvero il non nuocere in alcun modo ad alcun essere vivente, comune a molte correnti del Sanātana dharma, del buddhismo e del giainismo, che recepivano uno dei principi fondamentali della filosofia yoga (Yoga Sūtra, II, 30): “rinunciare ad ogni uccisione o crudeltà verso gli animali” (Shiva Samhitā, III, 33). Già lo Yajurveda recitava: “mangiare la carne di un cavallo o di altri animali è proibito da questi versi. Coloro che mangiano la carne degli animali dovrebbero estinguersi. Coloro che allevano e rendono utili gli animali meritano lodi; gli animali come i cavalli non dovrebbero essere uccisi, né le loro carni cucinate per essere mangiate (Yajurveda, XX, 30, 37).
[…] Nella tradizione vedica, invece, non vi è un animale più sacro degli altri, poiché tutto è partecipe di un’armonia cosmica; nella Bhagavadgītā, che evidenzia il passaggio dai riti sacrificali cruenti all’offerta di frutti della natura, il dio Krisna spiega ad Arjuna: “se qualcuno mi offre con devozione una foglia, un fiore, un frutto o dell’acqua, io accetto tale offerta fatta con amore da chi ha l’animo puro; tutto quello che si fa, tutto ciò che si mangia, tutto ciò che si offre, quali che siano le privazioni che si possano eseguire, o figlio di Kunti, deve essere fatto come se si trattasse di restituirmi qualcosa che io ti abbia dato (Bhagavadgītā, IX, 26-27). Ogni frutto della natura è un dono divino, perciò il cibo è considerato sacro e l’alimentazione fondamentale sia per l’equilibrio fisico che per l’equilibrio spirituale; pertanto, prima di essere cucinati, gli alimenti dovranno essere purificati lavandoli scrupolosamente, recitando i mantra ed aspergendoli con qualche goccia di ghī e, prima del pasto, dovranno essere offerti alle divinità».

da Luca Cangemi, L’elefante e la metropoli

«Attraverso l’offerta votiva di cibo si manifesta l’essenza della spiritualità […]; i cibi offerti a ciascuna divinità, nelle diverse regioni, hanno un valore simbolico e sono legati ai prodotti e alle tradizioni di un territorio; […] in Kerala, nel tempio di Ganesha si offrono dolci di riso, frutti tropicali e zucchero di palma, mentre nell’Andhra Pradesh nel tempio di Thirupati in alcuni giorni di festa si offrono alle divinità e ai pellegrini fino a settantamila porzioni di dolcetti fatti con farina di lenticchie, burro e zucchero (laddu), preparati da uno staff di trenta volontari che impiegano tre tonnellate di lenticchie, sei tonnellate di zucchero, due di burro chiarificato e montagne di uvetta, anacardi e cardamomo. In tutta l’India sono svariate centinaia i templi che ancora ospitano un gran numero di riti e cerimonie festeggiate con i cibi votivi tradizionali. Per accogliere questo mare di pellegrini hanno quindi dovuto attrezzare imponenti cucine e magazzini per la riserva del cibo, mense in grado di soddisfare tutti, oltre ovviamente ad organizzare i turni di volontari per la preparazione dei piatti, la distribuzione dei pasti, la pulizia di pentole e ambienti […]; questo tipo di servizio per la comunità, offerto volontariamente dai fedeli, rappresenta un modo per osservare la propria religione».

da Kumalè, Il mondo a tavola


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